Once I was, un ritratto di Jeff Buckley
di F. Liberatore, O. Di Gregorio, L. Di Tomasso
Tabula Fati, 2016
(Le parti in corsivo sono citazioni riprese dal testo che qui si recensisce, così, per chiarezza)
Once I Was è una biografia molto condensata raccontata in prima persona. È pensato come il diario che avrebbe potuto scrivere Jeff Buckley agli inizi della sua brevissima carriera, prima di diventare l’artista che conosciamo. Capace di regalarci la più commovente versione di quella straordinaria preghiera che è Hallelujah, di Leonard Cohen.
Il diario, ovviamente romanzato, è comunque costruito su fatti realmente accaduti. Sulle interviste fatte agli amici di Buckley, a chi ha lavorato con lui, tra cui quella riportata per intero a Merri Cyr che fu sua amica e fotografa; e sulle lettere che lui stesso inviò ai suoi fan e ai suoi amici.
Ci troviamo annotati fatti, incontri (anche quello con “sua maestà Bob Dylan”), pensieri e timori raccontati a comporre il ritratto umano di questo delicato artista con un atteggiamento e un carattere schivo, spesso addirittura spaurito. C’è il rapporto interrotto con il padre che chiama per nome, Tim. Nel tributo a lui dedicato, da cui inizia il diario e a cui lui decide di partecipare per chiudere un cerchio doloroso, Jeff canterà la prima canzone in cui sentì la voce del padre. Once I was, appunto.
Questo taccuino ci consegna una fotografia di Jeff Buckley ragazzo, in opposizione al mito, spesso dipinto in modo tenebroso e scuro per via della circostanza della sua morte, quell’annegamento nel Wolf River il 29 maggio del 1997, fatto diventare tanto misterioso. Ci arrivano la sua apertura e la sua raffinatezza musicale, le debolezze e la sua partecipazione faticosa a tutto quanto gli accadesse intorno.
Once I was è ovviamente solo l’inizio di uno studio su Buckley. Fa però venire voglia di saperne di più di questo musicista morto giovanissimo le cui opere, eppure, si estendono sul tempo. Jeff Buckley è infatti tra quegli artisti di cui ci chiediamo cosa avrebbero ancora scritto se fossero rimasti qui.
Lezioni e Riflessioni sparse
- Anche Jeff Buckley temeva di non trovare qualcuno che pubblicasse le sue canzoni, perché in realtà, quello che gli interessava di più era “suonarle dal vivo e divertirsi”. Mi sorprende ogni volta sapere quanto molti degli artisti più straordinari non fossero pienamente consapevoli delle loro capacità. Di sicuro non era falsa modestia; semplicemente, volevano suonare aldilà del ritorno che ne sarebbe venuto. Mi sa che è proprio con questa totalità che dovremmo prendere le scelte più serie della nostra vita.
- Anche Buckley attingeva ai grandi maestri, Nina Simone, Van Morrison e soprattutto Dylan…
- Scrive “Sono orgoglioso del disco e di ogni singola nota che lo compone. Dentro ci sono canzoni che ho composto nel silenzio di una stanza molto tempo fa, quando chi era attorno a me credeva che fossero canzoni da perdente. Le ho messe nell’album per dimostrare che non lo sono.” E parlava di Grace… uno dei dischi più belli mai scritti. Credere, credere, credere. Solo la tenacia paga.
Un video
Ho trovato Jeff Buckley che canta If you see her, say hello di sua maestà Bob Dylan, appunto. Sarebbe bello sapere cosa ne pensò Dylan.
E poi c’è una versione di Once I was, la canzone di Tim Buckley, cantata da Brian Dusinberre con suo figlio. È semplicemente commovente.