life, la straordinaria autobiografia di Keith Richards
di Keith Richards
Feltrinelli 2010
(Le parti in corsivo sono citazioni riprese dal testo che qui si recensisce, così, per chiarezza)
Uno dei più grandi chitarristi e autore di rock di questo pianeta. E il mio artista preferito. Ma non è solo per questo che il mio è un omaggio incondizionato. Life è un libro straordinario.
Keith Richards è l’artista che ha impersonato il rock ‘n roll, come tipo di musica e come stile di vita eccessivo. E lo ha fatto in modo semplicemente inimitabile. Dall’esaltazione, al trionfo, alla rovina, alla salvezza. Tutto questo è raccontato in life. Che dura solo 500 pagine, che volano via. E speriamo in un secondo volume.
Keith Richards è uno degli ultimi simboli viventi di un periodo d’oro della storia della musica. D’oro non perché passata, ma perché è stata in grado di dare ascolto e quindi produrre artisti che hanno elevato la musica ai suoi più alti momenti.
È il chitarrista della più longeva rock band in attività e ha composto passaggi di musica immortali.
“Per scrivere le proprie memorie bisognerebbe ricordarsele” aveva detto, e invece tutti quegli eventi che ci racconta, quegli anni burrascosi e per qualche verso anche bui, se li ricordi eccome. O comunque si ricorda quello che conta.
Life è la storia delle esperienze, quelle personali intrecciate a cinquant’anni di rock, che hanno fatto di Keith Richards un uomo sempre più scanzonato, attento, gentile, più saggio e in pace. Che poi e l’evoluzione che ci si augurerebbe per ogni uomo (e donna, per carità!).
Nel suo racconto è come se usasse un grandangolo; ci sono molti momenti personali, vicinissimi, ma i suoi occhi sono generalmente aperti sugli altri e sul mondo. Questo fa di life un ritratto umano interessantissimo.
Il libro si apre con l’arresto in Arkansas insieme a Ronnie Wood, Richards dà
un assaggio di quanto sarà tumultuosa la sua vita; ma prima di arrivare a quei tumulti fa un passo indietro alla sua infanzia da figlio unico, a Dartford lungo il Tamigi a est di Londra, depressa nel dopoguerra. “Prima di quelle vite sono stato un bambino”, che dolcezza! Raccontaci, siamo tutti orecchie.
Si apre una sequenza di episodi che sembrano uscire da un romanzo di avventure, una storia di cose semplici e difficili, forse proprio per questo così formative.
Da piccolo, aver paura di andare a scuola dove c’era quel “genere di autorità sempre pronta ad abbaiare”. Da ragazzino doversi difendersi dai bulli e scappare. Ronzare con gli amici sulle sponde del Tamigi in bicicletta.
Le difficoltà alle superiori, l’espulsione e il trasferimento all’accademia di belle arti dove troverà la musica che lo salva e che diventa il suo unico modo di poter interagire con un mondo ostile e non condiviso.
C’è il racconto di come la musica guadagnava spazio nella sua vita quando, in cerca di buone alleanze, lega con un altro ragazzino notato alla stazione del treno perché aveva sotto braccio i dischi di Chuck Berry e Muddy Waters.
Con Mick Jagger fondano i Rolling Stones, un gruppo di amici posseduti da una meravigliosa fissazione per la musica “Non ascoltavamo altro. Solo blues americano, rhythm and blues o country blues. Ce ne stavamo seduti davanti alle casse del giradischi a ogni ora di ogni singolo giorno, tentando di capire come fossero stati composti. Alla fine crollavamo sul pavimento con la chitarra tra le mani.” Alla musica Keith Richards dedica una devozione quasi monastica “Dal momento in cui mi svegliavo a quando andavo a dormire, ogni istante lo dedicavo all’apprendimento, all’ascolto della musica…”
In life c’è l’evoluzione di una delle band più importanti per la storia della musica, dagli scantinati alla gloria. C’è la storia degli incontri, la rottura con Jagger, l’amicizia rinsaldata, a ricordarci che chi condivide un sogno può recuperare ogni caduta, “Gli Stones sono più grandi di ciascuno di noi”.
Ci sono le relazioni importanti, gli amori, i figli, l’eroina ovviamente, da cui Richards si salva, arrampicandosi sui muri, chiudendosi a chiave in una stanza.
C’è la trovata delle sue famose accordature aperte. I tour incendiari. Gli arresti per droga, gli esili in Francia e in Svizzera. C’è il ricordo della madre Doris che teneva la radio sempre accesa senza sapere quale orecchio stesse esponendo al jazz e al blues.
Life non è la storia di una vita, è la storia di ben più delle famose nove, un’esistenza succhiata fino in fondo nel bene e nel male, e per questo tanto avvincente. La grandezza di life infatti è proprio nella carrellata storica e nella portata degli eventi che contiene e che vengono catturati con una lente ampia, non solo intimista. Insieme compongono il ritratto di un uomo che davvero vorremmo conoscere da vicino. Un temperamento di fuoco, scellerato, sfacciato, irriverente, umano. Umanissimo. Dal libro ne escono una sensibilità e un’empatia profonde che emergono inaspettate da racconti di vita magari sciagurati.
Per tutto questo Keith Richards è il mio preferito, tra i preferiti.
Impavido e autentico, non scrive, ci parla, con una onestà che taglia. E che in effetti mi aspettavo. Keith Richards non è mai autoindulgente, è crudo, duro e poetico insieme. Fa ridere con un’ironia asciutta e che spiazza, ma senza barare mai. Lui stesso presenta così il suo libro: “This is the life, believe it or not. I haven’t forgotten any of it”.
Alcuni aspetti, in particolare legati alla droga e alle motivazioni che muovono gli uomini, sono toccati con una grande precisione di analisi.
Ci sono poi le lettere esilaranti inviate alla zia; gli appunti sui suoi taccuini dove annotava i progressi, le frustrazioni, la vita della band; le interviste alle persone chiave; e le foto sgranate dal tempo ma bellissime.
È interessante anche il quadro che ne esce dell’America di quegli anni, chiusa e provinciale, che li accolse con ostilità, trattandoli come fenomeni da baraccone.
Qualche disco storico è stato tralasciato. Ma a controbilanciare troviamo un insieme di racconti umani e di eventi mitici e rocamboleschi (sì, tutti…) che ci tiene con gli occhi sgranati.
Life sembra il copione di un film di avvenimenti incredibili raccontati in forma irripetibile. E c’è tutto, la bellezza stilistica, i racconti tutti al maschile, le parolacce che però non rendono mai niente osceno, le riflessioni e i momenti di poesia commoventi. Insomma, la vita come è.
Life è un libro immancabile non solo per chi ama Keith Richards o i Rolling Stones. Life è un libro immancabile per chiunque voglia farsi ispirare da una lezione potente di determinazione, passione e tenacia. In pieno stile rock ‘n roll.
Lezioni e Riflessioni sparse
- Life è uno dei primissimi libri di musica che ho letto. È arrivato come un treno su di me. Un magistrale esempio di adattabilità, tenacia e forza. 10 anni di eroina. Ne è uscito arrampicandosi sui muri, come racconta, con una forza e una tenacia che sono una grande lezione di vita. Si è ripreso la sua arte, il suo corpo, il suo futuro, il rapporto con i figli. La sua vita. Voglio dire, se ci si può salvare da una trappola simile, perché non possiamo farlo noi dalle nostre. Life ci sbatte in faccia quanto in fondo ci si salva soltanto da soli, arrampicandosi sui muri, appunto.
- Ci abituano a pensare che il talento sia un ‘dono’, quante volte lo abbiamo sentito chiamare così? Quasi fosse una casualità. Il talento, invece, è frutto del coraggio di seguire quello che si ama, e richiede lacrime e sangue. Accontentarsi di poco forse richiede meno sangue sul momento, ma molte più lacrime dopo. Quanto poco ne teniamo conto quando facciamo le scelte cruciali della nostra vita? In tutta la dissolutezza di quegli anni, persiste come fil rouge una serietà inesorabile nei confronti del suo sogno, la musica. ‘Farai meglio ad essere all’altezza’ è un mantra che Richards – che se anche avesse spinto un quinto di quello che ha fatto sarebbe comunque Keith Richards – si ripete spesso. Anche questo è il talento.
- Che lo si legga o lo si ascolti o lo si guardi sul palco, di Keith Richards emerge nettamente l’umanità. Di tutte le interviste che ho visto ma soprattutto di tutti i video di lui su un palco con chiunque, mi ha sempre colpito la generosità, l’attenzione all’altro, il piacere di condividere. E una spontaneità conservata negli anni, quella di un ragazzo contento di fare musica. Maneggia la sua chitarra, la ascolta e ne sembra ancora stupito. Scomposto ma sempre a tempo, in quell’inconfondibile fantasioso modo che è solo di Keith Richards. A quasi 80 anni mi sembra una vera meraviglia!
- I grandi sono generosi. Riconoscono gli altri e il loro valore, senza paura di perdere nulla in questo. Ovunque nel libro si trovano tributi al valore degli altri, e anche all’idea che insieme si raggiunga molto di più che non da soli.
- Dopo la scuola provò a fare alcuni colloqui di lavoro. Uno presso un’agenzia pubblicitaria dove venne trattato con sufficienza, in mezzo ad un’arroganza che posso facilmente immaginare. “Quello fu il mio ultimo tentativo di integrarmi nella società alle loro condizioni…Non fui molto educato con loro, durante il colloquio. Non avevo né la pazienza né la capacità…” Pensavo a quanto troppo spesso ci sforziamo di integrarci in ambienti irrispettosi. Che forse faremmo meglio a essere meno educati, ad alzare i tacchi e andare a investire tutte le nostre energie in una direzione che ci corrisponde di più. Alla fine paga sempre.
- Anche per quei ragazzi la loro guida non erano i soldi, il successo, diventare famosi, ma lavorare insieme alla loro passione al meglio “Il nostro primo obiettivo, come Rolling Stones, era diventare la migliore band di rhythm and blues di Londra”. E poi eseguire quello che amavano loro “Ci piace? Passa il nostro test?… Se avessimo mai pensato a come avrebbe reagito il pubblico, non avremmo mai fatto un disco.”
- Richards sul suonare: “La lievitazione è probabilmente ciò che più si avvicina, per analogia, a quel che provo … Non sento più i piedi per terra, e vengo elevato a un altro livello. La gente mi dice: ‘Perché non smetti?’. Ma io non posso andare in pensione finché non tiro le cuoia. Non credo che la gente capisca cosa sento. Non lo faccio per i soldi o per voi. Lo faccio per me.”…
- Richards sullo scrivere canzoni: “la volontà di allungare la mano e toccare il cuore degli altri…produrre una risonanza, in modo da fare delle altre persone uno strumento più grande di quello che stai suonando…A volte, penso che scrivere canzoni sia come tendere le corde del cuore il più possibile senza provocare un infarto.”
- In life ci sono tantissimi momenti di infinita poesia. Il più bello per me resta “Io avevo i piedi zuppi a furia di guardare tra le lacrime.”
KEITH, THE ONE AND ONLY.
Un video
Ho trovato una versione di Love hurts, che mi fa pensare a quanto la voce di Keith Richards sia stata sottovalutata o almeno sotto usata. La canta con Nora Jones che spero si sia resa conto di quello che le stesse capitando.