Chronicles, Volume 1 ~ l’autobiografia di Bob Dylan
di Bob Dylan
Feltrinelli 2005
(Le parti in corsivo sono citazioni riprese dal testo che qui si recensisce, così, per chiarezza)
Arrivo a questo libro per caso, mi ci avvicino come ci si avvicina ad una mucca sacra e ne rimango galvanizzata. Chronicles è il saggio autobiografico che Robert Allen Zimmerman, il nostro Bob Dylan schivo, riservato e pensoso (più che altro quello che una parola sono poche ma due sono già troppe), decide di scrivere della sua vita. Un flusso di racconto che non segue le regole del tempo e dello spazio, ma le regole dei ricordi e delle riflessioni che si snodano mischiando i luoghi e gli anni.
Si attraversano dei passaggi nodali, bellissimi, di vita e di carriera che arrivano fino agli anni ‘80. L’accento sempre sull’aspetto umano, Dylan racconta quegli anni, infatti, ripercorrendo il cammino, la formazione, gli incontri cruciali, prima dei risultati. Non cita i nomi degli album e della genesi delle canzoni quasi non ne parla. A chi legge indovinare. Il focus è sempre sul mondo interiore, sulle riflessioni, sulle relazioni, sulle fatiche che sono servite a quelle composizioni.
In Chronicles c’è l’arrivo a New York nell’inverno del 1961, da Duluth provincia del Minnesota, da cui viene via appena diciannovenne lungo la mitica Highway 61 “più in fretta che potevo, a tutta velocità tra città fumose, strade tortuose, campi verdi coperti di neve, sempre avanti, verso l’Est passando un confine dopo l’altro, Ohio, Indiana, Pennsylvania, un viaggio di ventiquattro ore, quasi sempre dormicchiando sul sedile posteriore, chiacchierando casualmente, la mente fissa su obiettivi che tenevo per me…”
Lo aspetta New York, in pieno fermento, dove non solo gli artisti ma i giovani in generale provavano a rovesciare un modo di pensare che non tornava più; a dare battaglia a quelle ingiustizie diventate troppo oltraggiose per non essere smantellate.
Ma Dylan arriva semplicemente in cerca dei cantanti che aveva sentito nei dischi, Hank Williams, Harold Harlen, Hank Snow, Pete Seeger e su tutti, Woody Guthrie il cui modo di fare musica gli cambia la vita, facendogli capire in quale direzione andare.
New York è romanzata meravigliosamente da Dylan; travolgente e aperta sul mondo, me la posso solo immaginare, fa cominciare il suo destino nei locali del Greenwich Village, in qualcuno di quelli rimasti, come il Cafe’ Wha? ci sono andata più volte in pellegrinaggio per un caffè annacquato ma che era buonissimo, ovvio. NY gli offre incontri, formazione, influenze letterarie, amici, amori. Qui Dylan giovanissimo cerca, legge, ascolta, assorbe. È difficile anche solo tracciare per grandi linee la sua formazione. I discorsi di Pericle, Tucidide, Tacito, Ovidio. I romanzi di Gogol’, Balzac, Maupassant, Flaubert, Hugo e Dickens. Dante, Machiavelli. Rousseau, Rimbaud, Verlaine. Melville, Faulkner, Kerouac, Ginsberg. Ovviamente Shakespeare. E poi la musica, folk, blues, jazz, country e Bach e Berlioz e Chopin e Beethoven. E i libri d’arte… Si costruisce una ricchezza culturale e musicale che definirà i suoi testi e la sua musica.
In Chronicles c’è Woodstock, dove Dylan arriva al culmine del suo successo in cerca di tranquillità. E dove invece si trova assediato da fan imbizzarriti che lo vogliono eleggere profeta e cantautore di protesta. Un ruolo che Dylan rifiuta di netto scappando anche Woodstock. Questo passaggio è esilarante, raccontato con un’ironia inconsapevole: i fan lo assediano, se li ritrova in casa, salgono sul tetto, lo braccano per farlo diventare il messia della rivoluzione. E lui che scappa “…avevo bisogno di fuggire da quel divampare di cazzate”.
C’è New Orleans scelta per lavorare ad un album con Daniel Lanois (non ci dice quale, a noi indovinare). Anche qui, Dylan cammina per i cimiteri, intrisi di fantasmi e segreti e la descrive in maniera mai ovvia. “Una malinconia cronica pende dagli alberi… non ci si sente feriti”.
Se ne va in motocicletta lungo il corso del Mississipi, da solo, o con la moglie, o in compagnia di amici, o musicisti. Osservando campagne, paesi, persone. Raccogliendo ispirazioni.
E poi ci sono le atmosfere dell’Iron Range, i racconti dell’infanzia, una fotografia vivida di quei centri metallurgici del nord dell’America lasciati poi ad arrugginire. Di una gioventù semplice, guarnita di poche cose e quindi capace di allenare la curiosità.
Ma soprattutto ci sono le canzoni, la loro costruzione, le sessioni di registrazioni, le tournée compiute in ogni angolo di mondo. Il lavoro faticoso e complesso che tutto questo comporta. C’è l’aderenza alla musica delle origini, al folk, l’attenzione, lo studio, la scrittura, l’ascolto dei grandi maestri. C’è la dedizione alla musica soltanto. Come una fede. La ricerca musicale guida tutto, sempre, e la vita gli si struttura intorno.
Lungo tutto il libro Dylan rende omaggio ai suoi riferimenti musicali, a tutti gli incontri che saranno di ispirazione e che lo formeranno. Il libro è anche la galleria di questi personaggi infatti; sono questi incontri a comporre la storia stessa. E la gratitudine per loro definisce il tono del libro.
Chronicles è il resoconto di un’epoca straordinaria. L’analisi e gli affondi nella cultura Americana sono potenti e rendono come fotografie esatte di un’epoca.
È poi una commovente, aperta riflessione sulla vita; costruita lungo luoghi e momenti autobiografici. E una confessione generosa; Dylan guarda dritto ai suoi limiti, alle sue difficoltà e ce li confessa.
Quello che ne esce è il ritratto di un uomo libero da ogni schema mentale, musicale, canoro. Come un grande scrittore, traduce in forma letteraria i luoghi e gli eventi autobiografici, i ricordi, le riflessioni. Usa una scrittura potente, colta ma vicina, e poetica. In Chronicles tutto è poesia. E le parole in questo libro risuoneranno nella vostra testa come la musica di Dylan.
Lezioni e Riflessioni Sparse
Questo libro non è una delle autobiografie più belle che io abbia letto, ma uno dei libri più belli che io abbia mai letto. Ecco alcune riflessioni che mi sembrano vere e proprie lezioni di vita:
- Mi ha colpito profondamente la determinazione di questo ragazzo che prende un passaggio in macchina e via verso il suo futuro. E mentre questo futuro arriva, suona nei locali per gli spiccioli di fine serata, dorme ospite su divani letto. Questa tenacia di nutrire un desiderio, perseverare in un sogno, farlo diventare un progetto! “Non cercavo né denaro né amore. Ero in uno stato di esaltata consapevolezza. Ben deciso a seguire la mia strada privo di senso pratico e visionario dalla testa ai piedi. La mia mente era tesa come una trappola e non avevo bisogno dell’approvazione di nessuno.” Niente e nessuno avrebbe potuto fermare quella determinazione. Non chi gli disse “non diventerai mai Woodie Guthrie”, né tutte le etichette discografiche folk che lo rifiutarono… Una grande lezione: prendere sul serio inclinazioni e desideri. Trovare un sogno, quale che sia, e mettersi seriamente al lavoro per realizzarlo. Allenare la determinazione e la tenacia. Capire che il talento è fatto di lacrime e sudore.
- Quando nel 2016 assegnarono il Nobel per la Letteratura a Dylan, ero rimasta perplessa. Che svista! Come se la poesia o la letteratura fosse davvero solo quella pubblicata sotto la voce ‘letteratura’… Confesso e chiedo scusa. Solo adesso capisco la portata del lavoro di Dylan. L’opera immensa di recupero della tradizione popolare Americana. Di contributo alla sua poetica e narrativa. E di elevazione della più grande forma d’arte.
- Mi sorprende che insieme alla determinazione e al coraggio di proporsi, Dylan non avesse pensato di scrivere lui canzoni. Voleva solo suonare bene le canzoni che amava, ma non pensava di poterne scrivere! Mi sembra un profondo rispetto verso la scrittura. Bisogna avere qualcosa da dire per scrivere… Eppure Dylan è ritenuto presuntuoso e arrogante. Come anche, lungo tutto il racconto esprime gratitudine per chiunque in ogni modo lo abbia formato. C’è il saper prendere la lezione di chi era più avanti di lui. Non è mai autocelebrativo eppure è conosciuto come arrogante e scostante. Strano, no?
- La formazione di Dylan è varia, profonda, roba da cadere dalla sedia. Sembra chiaro che una poetica potente non può che venire da chi scava, cerca, studia, legge, unisce i punti. Senza questo lavoro è molto probabile che si finisca con lo scrivere testi del tipo amore-cuore-fiore.
- Ultimo. Mi è risultato difficile parlare di Dylan e mi sono chiesta perché. È solo che si sta toccando la mucca sacra? Forse è che Dylan apre alle domande piuttosto che chiudere con delle risposte. Non c’è mai un pensiero solo, una risposta sola ed è come se fosse difficile rintracciare una linea retta… Ascoltare, leggere, Dylan mi sa che ci aiuta a pensare!
Un video
Una versione live bellissima di Knocking on Heaven’s door, dal True Confessions Tour. Bob Dylan con Tom Petty and the Heartbreakers, 1986-1987.
A me sembra la versione live più bella di questa canzone. Con il ritornello che cambia in “Just like so many times before”. L’ho sentita mille volte, se fosse un vinile sarebbe rigato, consumato.
Ne conoscete altre così belle?