Come le biografie dei grandi artisti ci insegnano a vivere
 

Bob Dylan, The Nobel Lecture

a cura di Alessandro Carrera

Feltrinelli 2017

(Le parti in corsivo sono citazioni riprese dal testo che qui si recensisce, così, per chiarezza)

Questa è la lezione che Dylan ha scritto per l’assegnazione del premio Nobel. L’avrà scritta al limite della scadenza ma l’ha scritta.

The Noble Lecture racchiude di fatto sia la lettera all’Accademia di Svezia che il discorso fatto in privato da Dylan, che ovviamente fa muovere tutto dalla principale domanda: le canzoni sono letteratura. Le riflessioni se e quando lo diventano le formuliamo noi leggendo.

Quando, per la prima volta non a un romanziere a un poeta o a un drammaturgo ma a un musicista, assegnarono il Nobel per la letteratura a Dylan, non avevo capito e mi sembrava ci fosse stato un eccesso d’amore (più che giustificato!) per il cantautore.

Solo anni dopo studiando meglio Dylan, capendo il suo mastodontico lavoro fatto sulla musica americana delle origini e anche crescendo io stessa come persona e come lettrice, ho capito la precisione di quel premio.

The Nobel Lecture è un libro breve intorno al cuore di questo tema.

Per affrontarlo, nella lettera Dylan parte da Shakespeare

“Ho cominciato a pensare alla grande figura di William Shakespeare. Immagino che si ritenesse un drammaturgo, e che il pensiero di stare scrivendo letteratura non lo sfiorasse nemmeno. Le sue parole erano scritte per il palcoscenico, era inteso che dovessero essere dette, non lette. Mentre scriveva l’Amleto, sono sicuro che pensava a molte cose: ‘Chi sono gli attori giusti per queste parti?’, ‘Lo voglio veramente ambientare in Danimarca?’. La sua visione e le sue ambizioni creative erano senz’altro al primo posto, ma c’erano anche molte questioni pratiche di cui bisognava tener conto, e che dovevano essere risolte […]. Sono disposto a scommettere che la cosa più lontana dalla mente di Shakespeare fosse la domanda: ‘Questa è letteratura?’.”

“…come Shakespeare, anch’io sono spesso impegnato con i miei sforzi creativi e con tutti gli aspetti quotidiani della vita. ‘Chi sono i musicisti migliori per questa canzone?’, ‘Sto registrando nello studio giusto?’, ‘Sto suonando questa canzone nella tonalità giusta?’ […]. 

Mai una volta ho avuto il tempo di chiedermi: ‘Le mie canzoni sono letteratura?’. Per cui ringrazio l’Accademia di Svezia, sia per aver voluto porsi la domanda sia per aver dato, infine, una così magnifica risposta.”

Al discorso lascia invece le sue riflessioni piene di umanità e, appunto, di poesia. Anzi, in Dylan tutto è poesia.

Collega le riflessioni e i sentimenti al suo lavoro, al significato che la sua professione ha per lui, al ruolo della letteratura nel suo cercare parametri per comprendere la vita.

Riparte dai ‘momenti aurorali’. Ascoltare Buddy Holly con il quale sentì un’affinità profonda. Aveva fuso la musica che Dylan amava, il country, il rock ‘n’ roll e il rhythm and blues in una cosa sola. “Era l’archetipo, era tutto quello che io non ero e volevo essere”. E Lead Belly, Cotton fields in un disco che gli cambiò la vita. “Avevo camminato nell’oscurità e tutt’a un tratto l’oscurità si era riempita di luce”.

Racconta come tutto quello voleva fare era solo imparare quella musica e incontrare la gente che la suonava. Una semplicità disarmante ma anche un piano affilato come una lama.

E poi richiama tre suoi riferimenti letterari: Moby Dyck, Niente di nuovo sul fronte occidentale e l’Odissea. Interiorizzati come se fossero storie sue che condivide perché parlano dell’uomo davanti alle sfide del mondo.

La natura, e la natura umana. Achab è un egotista con una gamba di legno a caccia della sua nemesi… È un libro che spiega come uomini diversi reagiscono in modo diverso alla stessa esperienza”.

La guerra, e il suo orrore. “È un racconto dell’orrore, leggerlo vuol dire perdere l’infanzia… Una volta eri un giovane innocente che coltivava il grande sogno di diventare un pianista da concerto, una volta amavi la vita e il mondo, e ora quel mondo lo fai a pezzi a fucilate”.

La crescita interiore, il ritorno ‘a casa’. “L’Odissea è un libro straordinario… è lo strano racconto di un uomo adulto che cerca di tornare a casa… È esausto… il suo viaggio è stato un’ardua impresa.

Da molti punti di vista. Alcune di queste cose sono successe anche a te. Anche a te hanno drogato il vino. Anche tu hai condiviso il letto con la donna sbagliata. Anche tu sei stato stregato da voci ammalianti, voci dolci che cantavano strane melodie. Anche tu sei arrivato lontano solo per ritrovarsi al punto di partenza. E anche tu te la sei vista brutta.”

E allora noi capiamo da quali fonti Dylan sia capace di nutrire i suoi pensieri e quindi le sue canzoni, che sono davvero “vive nella terra dei vivi.

“Se una canzone ti commuove, questo è tutto ciò che importa” conclude Dylan. Amen.

L’Accademia ha paragonato la fruizione che facciamo e che faremo dei testi di Dylan a quelli di Omero. Davvero a ragione.

 

LEZIONI E RIFLESSIONI SPARSE

  • Mai più questionare le canzoni come forma o meno di letteratura. Se è poesia accompagnata da musica, allora sì È letteratura. Eccome.
  • La potenza di un’opera, insieme alla sua esecuzione, è data dalla capacità che questa ha di farci immedesimare e capire qualcosa di più della nostra vita. “Anche a te hanno avvelenato il vino…Anche tu sei arrivato molto lontano solo per ritrovarti al punto di partenza.”

 

UN VIDEO

Dylan scrive che veder suonare Buddy Holly fu un ‘momento aurorale’. Questo ragazzo gentile era l’eroe di Dylan giovane ragazzo… che meraviglia, anche solo la cosa in sé.

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