Come le biografie dei grandi artisti ci insegnano a vivere
 

JOHN LENNON, LA BIOGRAFIA

di Philip Norman

Oscar Mondadori 2009

(Le parti in corsivo sono citazioni riprese dal testo che qui si recensisce, così, per chiarezza)

Non ho letto tutte le biografie di John Lennon ma faccio fatica ad immaginarne una più completa di quella di Philip Norman.

Philip Norman è uno dei più stimati critici musicali Inglesi e ha iniziato a studiare i Beatles già negli anni ‘60. In quel periodo di lavoro iniziò le sue ricerche capillari che poi sfociarono in “Shout! The Beatles in their generation” quella che per tanti anni è stata considerata la biografia definitiva dei Beatles.

Qui Norman indaga la vita e la personalità del Beatle più inquieto, attraverso un’indagine approfondita fatta su fonti mai usate prima e avvicinando i protagonisti della vita di Lennon. E compie quello che sembra il più esauriente, approfondito e rivelatore ritratto di John Lennon.

 

Philip Norman ripercorre tutta la vita di Lennon dall’infanzia alla morte scandagliando con una meticolosità per appassionati, ogni passaggio della sua vita e i personaggi che gli furono fondamentali.

In una ricerca durata tre anni, Norman ha visionato una montagna di fonti e di informazioni nuove.

Il libro è il risultato di uno studio immane ed è dettagliatissimo; ma è scritto in piccoli capitoletti che facilitano la lettura e fanno tenere il passo; e poi è ricco di aneddoti a richiamare l’attenzione.

Ricompone un puzzle totale fatto di tutti i momenti che segnarono la crescita umana di John Lennon nell’artista che sappiamo.

Affronta tutte le relazioni fondamentali della vita di Lennon e scruta le relazioni familiari, dalla ferita originaria dell’abbandono, di fatto, della madre e del padre, alla pace ritrovata negli anni attraverso esperienze formative e di introspezione cercate con ogni tentativo, la meditazione, l’analisi, le droghe. Pace recuperata purtroppo solo pochi anni prima della morte.

Il libro ripercorre anche le tappe della carriera dai giorni degli esordi ad Amburgo fino alla fama mondiale, allo scioglimento del gruppo e alle battaglie per la pace e i diritti civili.

John Lennon non è scritto in modo poetico e un certo livello di approfondimento a volte risulta un cesello oltremisura. Ma di sicuro questo mastodontico lavoro riesce in un’importantissima operazione: quella di ricostruire la figura di John Lennon ben oltre la riduttiva immagine senza macchia di icona pop, geniale artista e attivista per la pace e i diritti umani che sempre viene rimandata, e che è infatti sedimentata nel nostro immaginario.

Ci rivela anche quello che di John Lennon non avremmo voluto sapere. Ci rovina un po’ l’icona immaginaria e idealizzata che ce n’eravamo fatti, ma la sostituisce con una più sfaccettata e complessa, sicuramente più umana e reale.

Si ricompone il ritratto di un uomo creativo, generoso, fragile e sensibile ma anche feroce. Capace di essere derisorio dei punti deboli degli altri che era bravissimo ad individuare; spietato, come fu con il padre; insensibile e crudele come con la prima moglie e il primo figlio.

Scopriamo di Lennon un’insicurezza che si traduceva in aggressività mascherata da ironia e sarcasmo. Scopriamo un certo egocentrismo, una semplicità da dittatore che poco spazio e poca considerazione ha lasciato a coloro che aveva intorno. Questo forse il motivo che, ben oltre Yoko Ono, lo allontanò dai Beatles.

La restituzione di questo quadro completo è il grande portato del libro.

Manca la storia delle canzoni ma c’è l’analisi precisa delle influenze musicali, su tutte quella di Dylan che gli fece ripensare il modo stesso di comporre canzoni, “ho iniziato ad essere me stesso anche nelle canzoni, scrivendole da un punto di vista interiore e soggettivo”.

Le preziosissime interviste a Paul McCartney, al produttore George Martin, al figlio Sean e a Yoko Ono, a parenti, amici e compagni di strada, ci lasciano il ritratto pieno di un uomo fatto di contraddizioni, di baratri, e di spinte verso il cielo. Naïve e sognatore ma cinico fino alla cattiveria; divertente e acuto ma anche triste, vulnerabile e profondamente insicuro.

Il libro riabilita, poi, la figura, ingombrante per molti motivi, di Yoko Ono riconoscendole la profonda positiva influenza che ebbe su John Lennon nella sua evoluzione come essere umano.

Questa straordinaria biografia non nasconde né esalta le vicende di cui John fu protagonista e vittima. Semplicemente segue la rotta interiore che ha portato un solitario ragazzino di Liverpool a diventare uno dei personaggi attraverso cui comprendere la storia del XX secolo.

 

Lezioni e Riflessioni sparse

  • Nel ‘56 sua madre, Julia, gli regalò una chitarra che comprò a rate; e gli insegnò a eseguire su una corda sola Little white lies e Girl of my dreams, convinta che chi sapesse suonare uno strumento sarebbe sempre stato apprezzato e popolare. Intuizione! Dicono che John non la lasciasse mai, che strimpellasse sempre cercando accordi che facessero un buon suono, nonostante le escoriazioni sulle dita che gli provocavano le corde. E senza mai curarsi della visionaria posizione della zia Mimì, che poi crebbe John, “la chitarra va benissimo, John; ma con lei non potrai mai guadagnarti da vivere”.

 

  • Quando la madre morì investita da un’auto John aveva solo 17 anni. La sera in cui la madre morì fu visto sotto il portico della casa della zia suonare la sua chitarra. La sola autentica forma di conforto che potesse trovare.

 

  • Iniziò suonando lo skiffle con gli amici. Lo skiffle era una musica da ragazzi, poveri. Il rock dei bianchi che non potevano permettersi gli strumenti veri e allora creavano ritmi e suoni con tutto quello che gli capitasse a tiro, bastoni, assi per lavare i panni, scatole vuote, coperchi dei bidoni della spazzatura… Quando ci viene in mente che per fare la tal cosa, serve la tal attrezzatura…

 

  • Sia Paul che John crebbero circondati da un desiderio di miglioramento della propria condizione sociale. Non se ne parla nella nostra cultura dell’accontentarsi, risulta volgare, quasi ci si dovesse vergognare di anelare a migliorare, a qualcosa di meglio. Quando dall’accontentarsi di sicuro non può venire niente di nuovo.

 

  • Fa abbastanza sorridere che poco prima di compiere ventun anni – ventuno – John iniziò a maturare forti dubbi sul fatto che potesse fare ancora grandi passi come musicista. “Non ero affatto impaziente di compiere ventun anni. Una voce dentro di me mi diceva ‘Ascolta, sei troppo vecchio’. Ancor prima che avessimo registrato un disco pensavo… di aver perso il treno, che bisognava avere non più di diciassette anni.” Per dire che i limiti che ci poniamo spesso non sono reali.

 

  • Ad un primo provino, la qualità dell’accompagnamento ritmico di Ringo non fu ritenuta sufficiente e fu messo a suonare un tamburello. Così, per dire che se Ringo fu spostato su un tamburello, può succedere di tutto. E poi ancora di tutto.

 

  • Verso la fine del libro, e quindi della sua vita, si trovano riflessioni interessanti. Come il suo giudizio sugli anni ‘60. “…non è accaduto nulla, se non che ci siamo messi a vestirci in modo eccentrico. Il controllo è ancora in mano agli stessi bastardi, e sono sempre le stesse persone a gestire ogni cosa. …Siamo tutti certamente un po’ più liberi…ma è sempre il medesimo gioco…Il sogno è finito; è tutto lo stesso, tranne che ho trent’anni e che un sacco di gente porta i capelli lunghi. Tutto qua.” O sulle donne; da “porco maschio sciovinista” come amorevolmente lo definì Germaine Greer, arrivò al semplicissimo ma essenziale punto che molti oggi ancora mancano, che la questione non è di genere ma semplicemente di giustizia sociale: “Non possiamo fare una rivoluzione che non comporti la partecipazione e la liberazione delle donne. È molto subdolo il modo in cui ci viene inculcata l’idea della superiorità’ maschile. Ho impiegato parecchio tempo per rendermi conto che il mio maschilismo toglieva spazio a Yoko…a me sembrava di agire in modo più che naturale. È per questo che mi interessa sempre sapere come trattano le donne coloro che proclamano di essere radicali. … ‘Il popolo’ include entrambi i sessi”.

 

  • Piccole meravigliose rivelazioni dell’età: “John si rese conto che la vera cura per colmare un vuoto affettivo nella propria infanzia non è quella di essere accudito ma quella di accudire qualcun altro”.

 

  • Elliot Mintz, che negli anni ’70 fu portavoce di John Lennon, ricorda “Una volta mi disse ‘Continueranno tutti a ubriacarsi, ma io me ne starò a casa e scriverò un libro. La sua idea era quella di sopravvivere ai giorni della follia e di diventare colui che ne serba la memoria. Sarebbe stato un autentico sopravvissuto”. L’idea che avesse un desiderio di redenzione, interrotto dal suo assassinio, mi ha colpito molto. Non so perché. Forse perché mi spinge a porre rimedio a quello che posso, ora. Prima che qualcun altro, qualcos’altro, decida per me.

©

 

(tutti i diritti sono riservati)

Un video

Mi piace questo live di Mother, che resta sempre un urlo a quella ferita originale

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