Come le biografie dei grandi artisti ci insegnano a vivere
 

IL SOGNO DI UN HIPPIE, ovvero l’autobiografia di Neil Young

di Neil Young

Feltrinelli 2013

 

(Le parti in corsivo sono citazioni riprese dal testo che qui si recensisce, così, per chiarezza)

 

Neil Percival Young. Neil Young. Un’altra mucca sacra. Un’altra icona che si siede ad un tavolo per raccontare la sua straordinaria vita. E lasciarci la storia di oltre quarant’anni intorno alla musica e per la musica.

Si descrive e si racconta in un modo che sembra quasi sconclusionato. Lui stesso lo ammette, in tutte le sue esitazioni “non che importi a nessuno…”  Ma ho capito che artisti come lui non partono dai momenti autobiografici della loro vita, ma dalle tappe musicali che si tirano dietro tutto il resto. E quindi gli eventi non può formare una linea, ma un intreccio. Eppure, ha sempre un senso.

 

Tra le prime pagine un’ammissione e il motivo forse più grande dietro questo libro. “Non che importi poi molto, ma di recente ho smesso di fumare e di bere… Ho pensato sarebbe stato bello tornare a conoscere me stesso.” E per ritrovarsi Neil Young ci si racconta andando molto indietro nel tempo, poi parlando del presente ma anche dei progetti per il futuro. Ordine cronologico? Zero.

 

Ci porta per mano dagli esordi con la prima band, suonare ai balli liceali per 5 dollari a sera, tocca tutte le collaborazioni, quelle con i Buffalo Springfield, con Crosby, Stills & Nash, e poi i Crazy Horse. Tutto ruota intorno alla musica – chiamata la musa -, alla dedizione al processo creativo, alla necessità di mantenerlo vivo facendo anche altre cose (mi ha fatto pensare ai rapporti di coppia, un buon suggerimento), ai rapporti umani stretti o persi lungo la strada della musica.

 

Parla della sua fissazione per la tecnologia, del suo progetto di creare una piattaforma per la diffusione di musica in altissima definizione da contrapporre a CD e mp3; il suo progetto per arrivare a rendere il miglior audio del mondo. La comprensione dietro il funzionamento della tecnologia dice che assomiglia molto a un processo creativo.

 

Ci racconta dei suoi hobby e ci fa sorridere: le macchine, di cui parla come un ragazzo parla di un’amica che frequenta da anni ma di cui è ancora innamorato. E i trenini. Sì, trenini e locomotive, che si montano e viaggiano sui binari, con cui di solito giocano i bambini. Glieli regalano per le feste e lui scarta i pacchi come un ragazzino. Gli ha dedicato una stanza intera, la stanza dei treni, dove in un plastico enorme ha ricostruito il mondo della ferrovia; “il paesaggio è fatto con ceppi di sequoia, che sono le montagne, e dal muschio che costituisce i prati. La ferrovia ha conosciuto tempi duri.” E dove sembra proprio di vederlo prendersene cura “ho estratto lo spruzzino e sto pulendo gli sportelli…L’esposizione e il plastico creano un’esperienza zen. Mi consentono di spulciare nel caos le canzoni, le persone e le emozioni della mia adolescenza che ancora mi perseguitano…” Il cowboy del rock e i suoi treni, adorabile!

 

Neil Young scrive senza nascondersi. Espone le proprie difficoltà, gli errori fatti, i periodi oscuri, le sofferenze tra cui la prima, la polio presa a sei anni per cui dovette imparare a camminare di nuovo, poi il dolore e la rabbia per le malattie gravissime dei figli. Il rapporto speciale nato con loro.

Racconta le ragioni che lo hanno nutrito e che ancora lo nutrono, le sue ispirazioni, i suoi dolori famigliari, le battaglie civili che ha sempre sostenuto per la pace, l’ambiente, i ragazzi disabili. Racconta tutti i sogni che continua a sognare. Su tutti, il più grande, la Musica. E mentre leggevo mi ha colpito tantissimo quella energia vitale: lo scandagliare ancora il futuro tanto quanto il passato.

 

La scrittura è DIVERTENTE. Parla tra sé e sé, si fa domande, risponde, riprende. Fissa pensieri e pezzi di conversazioni interiori. Le parole maiuscole ogni tanto, per amplificare i pensieri. Spesso chiude le frasi con la parola vita. A dire, è comunque tutta vita. E quanto è vero…

 

Alla fine di questo libro non si hanno informazioni esatte sulla sua vita ma si rimane con le EMOZIONI. E la sensazione di aver conosciuto qualcuno di grandissima empatia, altruismo e autentica generosità.

Il libro è pieno di riconoscimenti del valore degli altri. Ne ha per tutti i musicisti con cui ha collaborato che considera artefici della sua arte, perché gli hanno insegnato qualcosa, teso una mano, acceso una piccola luce. Il tributo a Dylan è enorme; quello a Bruce Springsteen e a Keith Richards, vicini in momenti dolorosi, intimo e sincero. Di alcuni grandi amici cattura le frasi illuminanti e li ringrazia. “Sii grande o sparisci. Grazie David Briggs”; “Qualità, che ti piaccia o no. Grazie, Larry Johnson”; “Se si affonda, saltiamo sulla stessa scialuppa e remiamo come il diavolo. Grazie Elliott”.

Dei suoi amici Neil Young scrive “Che respirino ancora o no, sono dentro di me, nella mia musica, in tutto quello che faccio.”

 

In questi giorni ho risentito i suoi dischi. Questa miscela di rock e folk di Harvest mi fa venire voglia di mettermi i miei texani e andare a Laurel Canyon e incontrare il cowboy del rock, che si è raccontato in modo così ironico e così onesto. A cercare un po’ di quella magia che sicuramente Laurel Canyon DEVE ancora contenere.

Vita!

 

 

Lezioni e Riflessioni sparse

Quella di Neil Young è una delle autobiografie più belle che io abbia letto. In parte dipende anche dal personaggio che è stato come un interlocutore prezioso, uno di quelli che sarebbe bello conoscere per succhiarne la saggezza. Alcune riflessioni:

 

–  Sugli esordi scrive “Non sapevamo dove si andava, ma ci andavamo”. Bel monito per tutte le volte in cui se non abbiamo il futuro assicurato con i Lloyd’s di Londra una scelta non la facciamo, un cambiamento non lo azzardiamo, un sogno non lo nutriamo.

 

–  Chi sta lavorando ai suoi sogni, chi sta sviluppando i propri talenti, è felice e dunque generoso con gli altri. Non sminuisce, non ha bisogno di svalutare gli altri perché è impegnato a lavorare al proprio di valore. Questo forse vale per tutti i grandi artisti, sicuramente per Neil Young. Sono tantissimi i ringraziamenti, veri e unici, che fa alle persone, agli eventi della vita, anche a quelli negativi da cui comunque si impara sempre. “Vita”. Una grandissima lezione.

 

–  Leggendo del desiderio di Young di arrivare al miglior audio del mondo, ho capito che i grandi mirano all’eccellenza, a fare il loro meglio. E spesso questo meglio non gli basta e spingono per migliorarlo. Mi sembra un’attitudine da cui prendere esempio. Il netto contrario della litania culturale pressoché dominante di “fare il proprio”, che assomiglia tanto a fare lo stretto necessario, a cui siamo esposti. Una litania che sottende una cultura talmente riducente! La cultura del non gettare il cuore oltre l’ostacolo, del non allargarsi, dell’accontentarsi, una cultura che porta a volare bassi, così è sicuro che un palo prima o poi lo prendi. A sognare in piccolo. Così ti rimpicciolisci l’orizzonte da solo, piano piano. Quanto più sano invece sarebbe sognare in grande, prepararsi in grande per quel sogno, e lavorarci poi in grande? E quanto più felici renderebbe?

 

–  Poi c’è un altro tema, che poi sono due, o forse sono la stessa cosa. Quella di Neil Young è la storia di chi è sopravvissuto non alla vita da rocker, ma alla vita. Ai suoi colpi. La sua salute. Quella dei figli. Due dei tre figli con un handicap gravissimo. Ma Neil Young è sopravvissuto perché HA DECISO di capire, di sentire che tutto è, appunto, “vita” e che ogni evento è negativo o positivo a seconda di cosa noi decidiamo di farne. Amen. Grazie Neil.

 

–  Sotto una apparente ruvidezza, tantissimi momenti di disarmante saggezza, semplicità, dolcezza:

“Tutte le cose belle devono finire. Perché?”

“Come faccio a mancarti, se non vado via?”

“Sono o non sono un sognatore?”

E tante altre…

 

–  Infine, ma non meno importante, la massima delle massime. Citazione di David Briggs, suo amico e produttore “La vita è un panino alla merda, mangialo o muori di fame”. Briggs gliela scrive su un’etichetta che gli attacca sul suo registratore (pure questo Briggs!? fantastico). Pare che a Neil Young piaccia citarla. Questa citazione mi fa morire. È così VERA! Io aggiungerei solo un ‘anche’. La vita è (anche) un panino… Infatti, pur in un sostanziale ottimismo, in un atteggiamento positivo, pur credendo nella responsabilità individuale et cetera et cetera, io RIVENDICO la possibilità di affermare (e sto lavorando sul tema dell’accettazione) che la vita a volte da il peggio di sé. Punto. Spero non mi si rovini il karma.

 

 

Un video

Mi piace tantissimo una versione live di Buffalo Springfield Again, è del 1999.

https://www.youtube.com/watch?v=57KhsEvCo7U

 

GRAZIE NEIL. GRAZIE.

 

GRAZIE NEIL. GRAZIE.

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