A fissare quello che ho capito e a srotolare quello che non mi è ancora chiaro. È come se un ragionamento si distendesse su una tela bianca.
Scrivo perché scrivere è una cosa che sento vicina e che mi da allegria fare. È uno sforzo che vale la sua fatica e anche perché scrivendo di temi anche lontani da me, imparo molto di me.
Scrivo perché amo e rispetto le parole. E le parole rispettano me. Infatti la parola scritta non si può stravolgere. Al netto del sonoro, così spesso fuorviante, ciò che è scritto resta in chiaro. Le parole scritte sono come promesse, che facciamo a noi e al mondo, ci possiamo puntellare la strada che vogliamo percorrere. Insomma, a me aiutano a tenere dritta la barra.
E poi scrivere fissa il tempo. Cristallizza le cose belle e aiuta a superare quelle brutte. Scrivere è una forma di terapia, di meditazione, di ricerca interiore e dunque di pace. Quando è morto mio babbo ho scritto di lui per tanti quaderni. Dei ricordi, dei luoghi, del tempo in Sardegna, delle nostre chiacchierate, di come mi prendeva in giro, di come cucinava per me, di cosa amava, su cosa prendeva fuoco, del suo amore per il jazz. Ho scritto di come lo incontro nei sogni, delle sue mani forti e rugose, dei suoi capelli bianchi come neve, dei suoi maglioni portati orgogliosamente bucati. Ho scritto e scritto per non farlo andare via. Per contenere gli effetti del tempo. Scrivendo, questo è anche quello che accade; un piccolo meraviglioso miracolo.
Qui io scrivo di musica. Lo farò più seriamente di qualsiasi altra cosa io abbia mai fatto. Questa, la mia promessa a chi legge.
ONE, TWO, THREE, FOUR…