Come le biografie dei grandi artisti ci insegnano a vivere
 

Born to run, l’autobiografia intimista di Bruce Springsteen

Born to run

di Bruce Springsteen

Mondadori 2016

(Le parti in corsivo sono citazioni riprese dal testo che qui si recensisce, così, per chiarezza)

La dico semplice, ho un debole per Springsteen. Quel debole che si forma nell’adolescenza, quando le sue canzoni te le suona il primo amore al liceo, entrano nella tua stanza, sedimentano tra le tue di parole e strutturano il tuo mondo degli affetti; da lì in poi ti crescono. Per questo motivo questa recensione sarà anche un po’ romanticamente astratta, distratta come accade con certi ricordi che ci lasciarono a bocca aperta e ancora ci sanno confondere.

Mercy on me.

Da più adulta ho capito il valore di questo artista meraviglioso e ora, con questa autobiografia, ho visto anche una parte dell’uomo, che dalla solidità dei suoi muscoli sa anche raccontare le sue fragilità, le fatiche, le ferite, la cura; e quindi, l’eroe.

Lo recensisco ora ma è in realtà uno dei primi libri di musica che ho letto. Uno di quelli che mi lasciò galvanizzata rendendomi chiaro quanto le vite dei grandi artisti siano lezioni di vita potenti. Tutte muovono da un desiderio sincero, da una crepa, da una dedizione, tenacia e disciplina implacabili.

 

Nella prefazione ci dice di cosa si tratta, un libro che ripercorrendo la vita spiegherà sì, il come siano accadute le cose, come sia riuscito a fare quello che ha fatto, ma soprattutto il perché, cosa sentiva, cosa lo muoveva. E chi era e chi è diventato.

 

“La città da cui vengo è piena di piccoli impostori, e io non faccio eccezione.” Si presenta così Bruce Springsteen. E infatti è qui la sorpresa e la lezione più bella, questo libro è una scoperta bellissima. La condivisione di un po’ di sé di un uomo in realtà complesso, schivo e in difesa e con una sensibilità e intelligenza tali da sapersi fermare e trovare il modo di sanare le proprie falle.

Quel ragazzo, muscoli tesi sotto una canottiera, che cantava a squarciagola Born in the USA, si svela nella sua carta più bella, più articolata, quella della non perfezione.

 

Che la funzione abbia inizio. E parte un racconto personale, personalissimo, onesto fino alla commozione.

 

Prendendosi i suoi tempi, tutti giusti, Springsteen racconta la sua vita con i suoi referenti, protagonisti nel bene e nel male. È che le vite di tutti sono complesse e hanno delle lezioni amare, ma solo alcuni sanno trasformarle in tesoro. Facendo qualcosa dal buio.

 

Ironico e autoironico, Springsteen riparte dalla sua infanzia a Freehold, New Jersey, provincia non profonda ma pur sempre provincia americana, fatta di vita tranquilla, con orizzonti corti, desideri apparentemente sospesi. Il padre, ostile, che lo tratta con un’incapacità fatta anche di depressione e di sfiducia nei rapporti umani. La madre, che gli compra la prima chitarra e sostiene i suoi sogni musicali in modo incondizionato. La nonna, che lo vizia fino all’indecenza.

Uno strano equilibrio, anche doloroso, che viene scosso dalla radio “Ladies and gentlemen, Elvis Presley…” È il ‘momento big bang’, è il 1956. Da qui Bruce intravede cosa vuole fare e come lo vuole fare. La musica diventa un desiderio incontenibile, il luogo, la soluzione a un’esistenza fatta di incertezze, brufoli e distanze. Un meraviglioso vudù. Era solo un ragazzino ma aveva fiutato la preda.

 

Cambia look e cambia il suo sentire, ora c’è anche per lui una strada, un modo di stare in questo mondo. Con una determinazione rara a quell’età, metterà su un primo gruppi, poi la E Street band con la quale comincerà a girare tutti i locali del New Jersey, per non fermarsi mai.

 

La poetica delle sue canzoni più importanti tratteggia il libro raccontando anche una poetica interiore. Quella che ha mostrato con una partecipazione da cui è impossibile sottrarsi, l’altro lato del sogno americano, quello dei poveri cristi che non sono riusciti ad afferrarlo per il verso giusto e stentano, and they are racing in the streets…

 

Da questo libro rimaniamo incantati e sorpresi. Incantati perché ripercorriamo la musica di questo complesso, poetico rocker, capace di stringerci il cuore nelle mani ma anche di risollevarci; sorpresi perché siamo messi davanti ad una maschile, concreta, eppure spietata e profondissima capacità di analisi interiore. Le riflessioni sui propri tormenti, sulle relazioni umane, sull’amore tanto a lungo evitato. È questa la cosa che rende questo libro (anche) un libro intimista.

E la voce narrante contiene insieme il ragazzo in canottiera, fascia tra i capelli e l’uomo evoluto che ha preso sul serio il cuore. Una me ra vi glia.

Ci lascia l’esempio di un uomo che ha saputo sciogliere gli irrisolti di una mente e di un cuore in cerca di approdo; una profonda esortazione a comprendere la nostra storia e liberarla dalle influenze negative che la tengono in scacco; una potente storia di liberazione.

 

Questa autobiografia è un libro toccante per chiunque ami Bruce Springsteen. Ma è anche molto più delle memorie di una rockstar leggendaria: è un libro per gente pratica, per gente complessa, per chi si sente solo nel sognare in grande, per gli artisti dentro e per gli artisti fuori, per chi non sa innamorarsi, per chi ha finalmente imparato a farlo, per le anime solitarie. Per chiunque faccia o abbia fatto uno sforzo serio e leale di capire qualcosa in più di sé stesso e della vita.

 

Lezioni e Riflessioni sparse

–  Tutti i grandi artisti sono stati posseduti da un demone. Chi riesce a superarlo, a trasformarlo in un cambiamento apre una vena poetica profonda, ricca ma anche consapevole; come quella che tratteggia le storie e l’umanità che popolano le canzoni di Springsteen. È la coscienza unita alla poesia. Un miracolo.

Disciplina e rigore. Dietro a parabole artistiche altissime c’è sempre una disciplina ferrea, quasi una buona ossessione. Mi ha fatto sorridere leggere che Bruce applica il suo rigore a tutti i membri della band (che lo chiamano appunto, The boss). Nella E-street band c’è quella che lui definisce “a benevolent dictatorship”. La band fa capo a lui, non è una democrazia, la democrazia in un gruppo porta allo sfacelo (guardate i Beatles). E di band come i Rolling Stones, in effetti, ce n’è una sola.

La lezione dei bivi. C’è un viaggio che Springsteen descrive così bene. Un viaggio che poi è un punto di svolta, che ha risuonato così tanto in me. Ognuno ha i suoi bivi.

A trentadue anni in preda all’irrequietezza, scappando dall’ennesima storia, parte con un amico su una Ford del ’69, sulla Route 66 per un periodo di ricerca in California. Attraversano il paese guidando verso ovest, fino a che arrivano in Texas e in un paesino trovano una fiera. Ho vissuto in Texas, credo mille anni fa, e me le ricordo quelle realtà così ordinate, contenute, dove però forse è contenuto anche un sacco d’amore. O dentro o fuori. Insomma, trovano una fiera, un palchetto, un gruppo che suona e coppie che ballano alla fine di una giornata, gente normale, abbracciata, che balla.

Li guarda e viene travolto dalla disperazione. La sua vita da “osservatore, attore che si tiene prudentemente alla larga dalla mischia emotiva, dalle conseguenze e dal caos connaturato al vivere e all’amare” gli presentava il conto.

Ripartono verso ovest ma dopo un’ora di guida, dopo un’ora di tormento, Bruce chiede al suo amico di tornare indietro. Tornare in quella città, fatta di persone normali, abbracciate, che ballano ad una fiera, sul finire del giorno.

Arrivano che è notte fonda e non c’è più nessuno.

Finalmente si è messo in un angolo davanti al suo dolore e non può più scappare.

Quando arriverà in California chiamerà Jon Landau, produttore di molti suoi bellissimi dischi e buon amico, che lo sente rifinito nel suo abisso e lo mette davanti a un fatto: dover chiedere aiuto.

È quello che farà e si riprenderà la sua chance sulla vita, allontanandosi da quel muro.

“…sfinito, a corto di trucchi emotivi. Niente tour dietro il quale nascondermi, niente musica a ‘salvarmi’: ho la faccia contro il muro al quale, un passo alla volta, mi avvicino da anni”.

Buongiorno dottore…

Questo passaggio personalissimo è acuto e pieno di saggezza. C’è da augurarsi, o piuttosto invece che augurarsi, c’è da fare di tutto per smascherare le proprie magagne e non arrivarci troppo tardi con la faccia contro quel muro.

“So solo che, con il passare degli anni, il peso dei nodi irrisolti si fa molto più pesante, il prezzo sempre più alto… E il prezzo che pagai per il tempo perduto fu…il tempo perduto”.

Alcune eredità si possono rifiutare. La nostra vita non equivale a quella dei nostri genitori. La loro storia non è la nostra. I loro problemi non sono i nostri. Solo separandoci dal loro modo di vedere il mondo possiamo pensare di viveri liberi in un angolo di Terra.

– Ho visto più volte Springsteen suonare dal vivo, arriva fortissimo il potere della sua fisicità, l’orchestrazione esatta della sua musica, la padronanza del palco come suo luogo naturale. Ora capisco che in questo effetto c’è anche quella disciplina che miscela le emozioni ad un sano rigore, muscolare pure quello. Il risultato è già storia.

 

Un video

A me questa canzone fa impazzire. Di recente Springsteen ha spiegato quello che voleva dire all’Howard Stern Show:

“…non sono speciale ma io duro, quando le situazioni si fanno difficili, io resto… Per un lungo periodo mi sono chiuso in uno spazio dove non avevo la flessibilità emotiva per essere in una vera relazione con qualcuno e innamorarmi davvero di qualcuno. E mi chiedevo Come posso diventare qualcuno che sa restare e sa dire io sarò qui?”

Ma è difficile! gli fa Stern…

“… Devi portare la tua mente a un punto e sperare che il tuo culo ti segua!”.

SIPARIO.

 

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